Lunedì 16 ore 20.30, presso la Saletta off del Cineclub Vittoria, si proietta “Indirizzo Sconosciuto”, un film di Kim Ki-Duk. Con Dong-Kun Jang, Ban Min-jung, Kim Young-min, Bang Eun-jin, Myeong Gye-nam, Lee In-ok, Jae-Hyung Cho Titolo originale Suchwiin bulmyeong. Drammatico, durata 117 min. – Corea del sud 2001. Pyongtaek, cittadina coreana contaminata dalla presenza di una base militare USA, vive di un dolore intrinseco a se stessa. Tre personaggi, a cavallo tra l’adolescenza e la maturità, diventano gli eroi di questa storia, fondendosi in sentimenti forti, per la vita e tessendo le loro avventure con o contro molti altri personaggi, specchio di se stessi e della misera realtà che li incatena. Chang-gook è un “mezzo sangue”, frutto dell’amore illegittimo tra una donna coreana e un soldato afroamericano; vive con la madre in un autobus tra i campi di periferia. Ji-hum è figlio di un reduce della guerra di Corea e vive timidamente aiutando il padre nel suo lavoro di ritrattista. Eun-ok è una studentessa in lotta con se stessa, orfana del padre e del suo occhio destro, perso da piccola per colpa di un gioco di guerra del fratello. Degno dei suoi film di maggior successo, questo gioiello cinematografico di Kim Ki-duk è praticamente inattaccabile, a cominciare dalla recitazione, caratterizzata da forte espressività e molto “occidentale”, al ritmo cadenzato, alla struttura narrativa, capace di mettere a nudo così tante piaghe culturali, con brutalità e al tempo stesso con dolcezza, in questo aiutata dalla ricerca visiva, marchio inconfondibile e sublime dell’autore. Violenza. Silenzi e parole che non si riescono a condividere. Mutilazioni. Straziante il percorso che Chang-gook è costretto a viversi e che lo porta alla distruzione, narrato per inquadrature che sembrano quadri, dove la morte si mescola armonicamente al senso estetico dell’immagine per diventare poesia. Kim Ki-duk, un gioiello. Una lettera spedita. Dispersa nei campi. Racconta tristezze. A nessuno. Un omaggio alle miserie della vita. Un inno alla morte. Poesia violenta e violentata.
Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post
lunedì 16 maggio 2011
domenica 17 aprile 2011
"Lo Hobbit", al via le riprese: sarà in sala nel 2012
Dopo anni di rinvii la Warner Bros e la Mgm hanno trovato un accordo sul prequel in 3D da 500 milioni di dollari. Peter Jackson alla regia, Martin Freeman sarà Bilbo Baggins, tornano Ian McKellen, Andy Serkis e Cate Blanchett ma anche Elijah Wood e Orlando Bloom saranno nuovamente Frodo e Legolas.
La Terra di Mezzo sta per riprendere vita negli incontaminati paesaggi della Nuova Zelanda. Lo Hobbit si farà: le riprese inizeranno nelle prossime settimane, il primo film arriverà nelle sale a dicembre 2012 e il secondo a dicembre 2013. Dopo quasi dieci anni dall'annuncio tra rinvii, vertenze e problemi finanziari, finalmente è arrivato il via libera al prequel in due parti e in 3D, basato sul romanzo di J.R.R. Tolkien. Il progetto, una coproduzione tra New Line, Warner Bros e Metro-Goldwyn-Mayer, negli ultimi mesi è rimasto in stallo a causa delle difficili condizioni economiche della Mgm, ma un recente accordo ha consentito la copertura dei costi del film, che si aggirano intorno ai 500 milioni.
Dietro la macchina da presa torna Peter Jackson, regista e autore neozelandese che è stato artefice del successo del Signore degli Anelli, la trilogia che ha conquistato 17 Oscar, ha incassato oltre 2,1 miliardi di euro, ma soprattutto ha reso felici milioni di vecchi e nuovi fan che si sono lasciati incantare dalla meravigliosa avventura della Compagnia sul grande schermo. "Esplorare la Terra di Mezzo di Tolkien va al di là di una normale esperienza di cinematografia", ha dichiarato Jackson dopo l'annuncio dei finanziatori. "È un viaggio di piena immersione in un luogo molto speciale della fantasia, della bellezza e del dramma", ha aggiunto Jackson, che ha scritto la sceneggiatura insieme alla moglie Fran Walsh, Philippa Boyens e al regista messicano Guillermo del Toro che avrebbe dovuto dirigere i due film ma ha rinunciato lo scorso maggio a causa dei ritardi.
Con l’ok dei finanziatori la lavorazione procede spedita, così come la costruzione di Hobbiville, e si susseguono le novità sul cast, dopo la conferma dell’attore britannico Martin Freeman (al cinema in ‘Guida galattica per autostoppisti’ e ‘Hot Fuzz’ e protagonista in tv della serie ‘The Office’) nel ruolo del protagonista Bilbo Baggins. Ian McKellen, che ha prestato il volto al mago Gandalf, Andy Serkis, che ha invece prestato il corpo a Sméagol-Gollum e Cate Blanchett, che è stata l’elfo Galandriel, tornano nei loro rispettivi ruoli dove sono attesi a sorpresa anche Elijah Wood, che riprenderà i panni di Frodo Baggins, e Orlando Bloom in quelli di Legolas.
Richard Armitage interpreterà Thorin Oakenshield (Thorin Scudodiquercia), capo della Compagnia dei Nani di cui fanno parte anche Aidan Turner e Robert Kazinsky nei ruoli di Kili e Fili, come pure Graham McTavish che interpreta Dwalin, John Callen è Oin, Stephen Hunter è Bombur, Mark Hadlow è Dori e Peter Hambleton è Gloin. Ken Stott è poi il nano Balin e Sylvester McCoy il mago Radagast, mentre Mikael Persbrandt interpreta Beorn e Ryan Gage è Drogo Baggins. Howard Shore tornerà a occuparsi della colonna sonora. "Ne abbiamo parlato così a lungo, almeno dal 2002 – racconta il compositore canadese autore delle musiche della Trilogia - Ora finalmente succede: ci lavorerò per i prossimi tre anni. Già adesso sta occupando gran parte del mio tempo".
L’intero progetto è stato bloccato nei mesi scorsi anche da una disputa con i sindacati degli attori australiani e neozelandesi che avevano minacciato uno sciopero per ottenere migliori condizioni di lavoro. Per un certo periodo si è parlato anche di spostare le location in Gran Bretagna, per la gioia dei più genuini fan del professore di Oxford e della saga, ma i neozelandesi sono scesi in piazza per chiedere di far rimanere il set nel Paese: per risolvere la vertenza è sceso in campo il governo di Wellington che ha accordato agevolazioni fiscali perché il set restasse fra le spettacolari montagne e vallate della Nuova Zelanda. Poi c’è stata anche l’accusa di razzismo da parte di una cittadina britannica di origine pachistana, aspirante comparsa scartata perché di pelle troppo scura. La produzione ha subito licenziato un agente del casting che nella ricerca di comparse per gli hobbit tra i requisiti aveva messo l'età (16-80 anni), l'altezza (sotto 170 centimetri per gli uomini e 158 per le donne), e il colore di pelle che, secondo lui, doveva essere solo chiara.
Ma ora la strada è spianata, inzia l’attesa e anche il divertimento per cercare di capire come si svilupperà la storia che Jackson racconterà nel film diviso in due parti. Lo Hobbit è la trasposizione del romanzo epico di J.R.R. Tolkien, pubblicato per la prima volta nel 1937, che può essere considerato l’antesignano dell’opera narrativa sulla Terra di Mezzo di cui racconta l’antefatto attraverso le avventure di Bilbo Baggins, lo hobbit del titolo cui viene affidato l'anello al centro della celebre trilogia.
Nel libro non si parla di Frodo, che invece appare, non si sa ancora con quale pretesto narrativo, nel nuovo film, così come non c’è traccia di Legolas. Per districarsi tra i meandri della trama originale e delle libertà che, dopo i risultati della Trilogia, saranno ampiamente concesse a Jackson, basta affidarsi ai numerosi siti dei fan che in maniera certosina riportano ogni dettaglio del progetto cinematografico. Tra quelli italiani uno è particolarmente ricco di notizie, Hobbitfilm, che riporta con attenzione e dovizia di particolari tutte le novità. Leggendo tra le varie news è facile apprendere che dall’inizio i produttori erano intenzionati a inserire cammeo e partecipazioni dei personaggi della trilogia del Signore degli Anelli. Un anno fa, rivela Hobbitfilm, Orlando Bloom aveva parlato con Peter Jackson di un suo possibile ritorno nei panni di Legolas. “Sapendo che i due film non si baseranno solamente sul romanzo di Tolkien ma anche sulle appendici della trilogia – si legge sul sito - e che approfondiranno aspetti come il Bianco Consiglio e i viaggi di Gandalf, non stupisce la presenza di personaggi che nel libro dello Hobbit non sono, in effetti, presenti”. Oltre a Legolas anche Galadriel, Drogo Baggins e Radagast il Bruno.
“Legolas non c’è nel romanzo originale – prosegue Hobbitfilm - tuttavia una parte della lunga avventura di Bilbo e dei tredici nani si svolge proprio nel regno di suo padre Thranduil, ovvero il Bosco Atro. La presenza di Legolas nel film, quindi, sarebbe coerente con la mitologia Tolkieniana. Resta da vedere se verrà confermato che il suo ruolo non si limiterà a un cammeo, e cosa ciò potrebbe significare: forse sarà proprio lui a guidare il contingente elfico nella Battaglia dei Cinque Eserciti? A livello drammaturgico, la cosa avrebbe decisamente senso”. È solo un’ipotesi, ma siamo solo all’inizio del viaggio.
di Rita Celi
martedì 15 marzo 2011
Giuda ballerino! Domani al cinema il fumetto-capolavoro di Sclavi
Dylan Dog - 16 marzo 2011
Il volto di Tiziano Sclavi. Avendo letto con passione ed amore Dylan Dog per anni, darei un braccio per vedere l’espressione di Sclavi una volta assaporata la trasposizione cinematografica del suo indiscusso e celebrato capolavoro fumettaro. ‘Posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni…‘. Parole e pensieri di Umberto Eco, altro celebre personaggio che probabilmente finirà per smoccolare dopo aver visto il Dylan Dog firmato Kevin Munroe. 20 anni di attesa, oltre 10 di sceneggiature scritte e riscritte, per arrivare a questo momento, con Hollywood che ha malamente rovinato il nostro fumetto più letto ed amato, trasformandolo a suo piacimento in una porcata. Perché Dylan Dog - The Movie è purtroppo una porcata.
Perché dell’Investigatore dell’Incubo, in questo teen-horror movie prodotto dalla Platinum e dalla Hyde Park productions, non c’è nulla. Se non il nome. Indifindebile per i puristi del fumetto, ma indigeribile anche per tutti quelli che non hanno mai letto una striscia del comics di Sclavi. Chi cerca un film anche solo decente, fugga da questo folle titolo che umilia gli oltre 56 milioni di copie vendute in 25 anni di vita dall’autentico Dylan Dog, lontanissimo parente di quest’atroce versione a stelle e strisce.
Cosa succede quando si mischiano due parti di Underworld, una parte di Zombieland e al tutto si aggiunge una spruzzatina di Grosso Guaio a Chinatown? Questo incredibile quesito se lo pone compiaciuto il pressbook ufficiale del film. Se la risposta che gli autori volevano ‘imboccare’ era Dylan Dog, probabilmente qualcuno dovrebbe passargli sotto banco anche un solo numero del fumetto creato nel 1986 da Tiziano Sclavi. D’altronde sono oltre 15 anni che Hollywood ha in mano i diritti per la tanto strombazzata trasposizione cinematografica. Quando vennero venduti nessuno osava immaginare il boom dei cinecomics, con l’Italia a suo tempo impossibilitata, anche dal punto di vista produttivo, a dare vita al suo fumetto più letto ed amato. Affidandoci agli americani sapevamo a cosa saremmo andati incontro. Peccato che nessuno avrebbe mai potuto neanche lontanamente immaginare una pellicola simile.
Perché Kevin Munroe, nel 2007 visto in sala con il reboot animato delle Tartarughe Ninja, ha semplicemente reinventato un mito, rendendolo ridicolo. Affidandosi a colui che è stato Superman, ovvero il goffo Brandon Routh, meno espressivo di una banana in un cesto di mele, Munroe ha dato vita ad un nuovo capitolo di Buffy, con circa 15 anni di ritardo. Oltre la sceneggiatura, scritta con i piedi, stancante, noiosa, prevedibile, infarcita da dialoghi di quart’ordine e soprattutto slegatissima tra un cambio di scena e l’altro, con la voce fuori campo di Dylan che entra ed esce dal film raccontando quello che regista e sceneggiatori non sono riusciti ad esplicitare attraverso le immagini, c’è un’idea di fondo che purtroppo non può essere accettata. Ovvero stravolgere l’Universo Dylan Dog. Via da Lodra, via Groucho, rimpiazzato da uno zombie alla lunga anche simpatico ma fondametalmente cretino, e non genio satirico, via il Maggiolone bianco, via l’Ispettore Bloch, via Cagliostro, via Xabaras, via Morgana. Di Dylan ci sono solo il nome e il cognome, tra l’altro quasi mai pronunciato, la ‘divisa ufficiale’, il clarinetto, un biglietto da visita e l’inconfondibile ‘Giuda Ballerino’. Tutto il resto è altro, ovvero Hollywood, che plagia Beetlejuice - Spiritello porcello, sperando di ridar vita ad un nuovo Ghostbusters, mischiando zombie, licantropi e vampiri, malamente mascherati (perché il verbo ‘truccare’ qui non si addice, sarebbe eccessivo) per 3/4 di pellicola e nel ridicolo finale accompagnati da effetti speciali di Serie Z, frullati all’interno di uno script molto probabilmente partorito da menti che mai, e dico mai, hanno letto anche un solo numero partorito dalla penna di Tiziano Sclavi.
‘Dov’è Sclavi’, si chiedono più e più volte all’interno del film, giocando con il cognome di uno dei protagonisti e omaggiando l’autore originale. Mai domanda fu più opportuna, perché sarebbe estremamente interessante conoscere l’opinione di Sclavi a riguardo. Possibilmente sincera, e slegata da eventuali introiti derivanti dallo sfruttamento della pellicola. Una pellicola, priva di pathos e per lunghi tratti demenziale fino all’eccesso, che affonda anche recitativamente parlando. Se Brandon Routh è uno degli attori meno espressivi della storia d’America, e vederlo praticamente invincibile e di plastica nel finale fa sbellicare dal ridere, per la disperazione, cadono le braccia nel vedere il suo “più uno” femminile, ovvero l’atroce Anita Briem. Roba da urlare al mondo “aridatece l’Anna Falchi di Dellamorte Dellamore“, capolavoro anni 90 di Michele Soavi tratto dal romanzo omonimo di Tiziano Sclavi, per anni erroneamente considerato il primo film su Dylan Dog.
Un errore, per l’appunto, visto che ahinoi il primo film ufficiale sull’Indagatore dell’Incubo è questo, firmato Kevin Munroe, da dimenticare, immediatamente. A suon di fumetti.
Perché dell’Investigatore dell’Incubo, in questo teen-horror movie prodotto dalla Platinum e dalla Hyde Park productions, non c’è nulla. Se non il nome. Indifindebile per i puristi del fumetto, ma indigeribile anche per tutti quelli che non hanno mai letto una striscia del comics di Sclavi. Chi cerca un film anche solo decente, fugga da questo folle titolo che umilia gli oltre 56 milioni di copie vendute in 25 anni di vita dall’autentico Dylan Dog, lontanissimo parente di quest’atroce versione a stelle e strisce.
Cosa succede quando si mischiano due parti di Underworld, una parte di Zombieland e al tutto si aggiunge una spruzzatina di Grosso Guaio a Chinatown? Questo incredibile quesito se lo pone compiaciuto il pressbook ufficiale del film. Se la risposta che gli autori volevano ‘imboccare’ era Dylan Dog, probabilmente qualcuno dovrebbe passargli sotto banco anche un solo numero del fumetto creato nel 1986 da Tiziano Sclavi. D’altronde sono oltre 15 anni che Hollywood ha in mano i diritti per la tanto strombazzata trasposizione cinematografica. Quando vennero venduti nessuno osava immaginare il boom dei cinecomics, con l’Italia a suo tempo impossibilitata, anche dal punto di vista produttivo, a dare vita al suo fumetto più letto ed amato. Affidandoci agli americani sapevamo a cosa saremmo andati incontro. Peccato che nessuno avrebbe mai potuto neanche lontanamente immaginare una pellicola simile.
Perché Kevin Munroe, nel 2007 visto in sala con il reboot animato delle Tartarughe Ninja, ha semplicemente reinventato un mito, rendendolo ridicolo. Affidandosi a colui che è stato Superman, ovvero il goffo Brandon Routh, meno espressivo di una banana in un cesto di mele, Munroe ha dato vita ad un nuovo capitolo di Buffy, con circa 15 anni di ritardo. Oltre la sceneggiatura, scritta con i piedi, stancante, noiosa, prevedibile, infarcita da dialoghi di quart’ordine e soprattutto slegatissima tra un cambio di scena e l’altro, con la voce fuori campo di Dylan che entra ed esce dal film raccontando quello che regista e sceneggiatori non sono riusciti ad esplicitare attraverso le immagini, c’è un’idea di fondo che purtroppo non può essere accettata. Ovvero stravolgere l’Universo Dylan Dog. Via da Lodra, via Groucho, rimpiazzato da uno zombie alla lunga anche simpatico ma fondametalmente cretino, e non genio satirico, via il Maggiolone bianco, via l’Ispettore Bloch, via Cagliostro, via Xabaras, via Morgana. Di Dylan ci sono solo il nome e il cognome, tra l’altro quasi mai pronunciato, la ‘divisa ufficiale’, il clarinetto, un biglietto da visita e l’inconfondibile ‘Giuda Ballerino’. Tutto il resto è altro, ovvero Hollywood, che plagia Beetlejuice - Spiritello porcello, sperando di ridar vita ad un nuovo Ghostbusters, mischiando zombie, licantropi e vampiri, malamente mascherati (perché il verbo ‘truccare’ qui non si addice, sarebbe eccessivo) per 3/4 di pellicola e nel ridicolo finale accompagnati da effetti speciali di Serie Z, frullati all’interno di uno script molto probabilmente partorito da menti che mai, e dico mai, hanno letto anche un solo numero partorito dalla penna di Tiziano Sclavi.
‘Dov’è Sclavi’, si chiedono più e più volte all’interno del film, giocando con il cognome di uno dei protagonisti e omaggiando l’autore originale. Mai domanda fu più opportuna, perché sarebbe estremamente interessante conoscere l’opinione di Sclavi a riguardo. Possibilmente sincera, e slegata da eventuali introiti derivanti dallo sfruttamento della pellicola. Una pellicola, priva di pathos e per lunghi tratti demenziale fino all’eccesso, che affonda anche recitativamente parlando. Se Brandon Routh è uno degli attori meno espressivi della storia d’America, e vederlo praticamente invincibile e di plastica nel finale fa sbellicare dal ridere, per la disperazione, cadono le braccia nel vedere il suo “più uno” femminile, ovvero l’atroce Anita Briem. Roba da urlare al mondo “aridatece l’Anna Falchi di Dellamorte Dellamore“, capolavoro anni 90 di Michele Soavi tratto dal romanzo omonimo di Tiziano Sclavi, per anni erroneamente considerato il primo film su Dylan Dog.
Un errore, per l’appunto, visto che ahinoi il primo film ufficiale sull’Indagatore dell’Incubo è questo, firmato Kevin Munroe, da dimenticare, immediatamente. A suon di fumetti.
Iscriviti a:
Post (Atom)


